Fu così che la lettura del cielo, la sua regola, la sua norma, la sua misura sprofondò nell'inconscio degli uomini e si mescolò nelle trame confuse dell'irrazionale, per riemergere come assillo quotidiano circa il senso del tempo e la sorte futura. Ma oggi non siamo più all'altezza dell'antico paesaggio, non ne individuiamo più i contorni, i pieni, i vuoti, i volumi di senso, perchè non conosciamo più il cielo che le parole degli antichi descrivevano come una volta che abbraccia il mondo, e tantomeno l'anima universale nel suo dibattersi tra cielo e terra. Oggi conosciamo solo anime individuali, rese asfittiche dall'incapacità di correlare la loro sofferenza quotidiana con il dolore del mondo. Un volume di senso, quello che gli antichi riferivano alla volta celeste, è stato spazzato via dalle scienze psicologiche che, delimitando il campo alla semplice descrizione dei processi psichici individuali o alla problematica normalizzazione dei comportamenti, hanno eluso la domanda di fondo che percorreva l'anima del mondo nel suo dibattersi tra spirito e materia, dove restava indicidibile se l'uomo fosse autore della sua storia con tutto il ventagio delle sue creazioni o semplicemente l'esecutore di un destino già scritto nello spessore della materia. Per questo scrutiamo le stelle, ma ormai con quell'occhio obliquo che vuol piegare il loro corso alla buona riuscita dei nostri progetti. Perdita della misura e dell'innoscenza dello sguardo, che si muove in uno spazio che non è garantito neppure dall'aristotelico "cielo delle stelle fisse", perchè anche questo cielo è tramontato per noi.
Umberto Galimberti - L'ospite inquietante