Al posto di quella potente scarica di adrenalina che si sentiva addosso quando umiliava le reclute, Ryan provò l'effetto opposto: capi di essersi umiliato di fronte all'intera compagnia. La faccia di Young era talmente priva di orgoglio e di rispetto per sé stesso, svuotata di qualsiasi sentimento al di fuori del dolore, che Ryan si domandò improvvisamente se perfino l'abietta obbedienza di uno schiavo non fosse in realtà una forma di protesta, una specie di provocazione. Si sentì ripugnante, e per questo prese a odiare Young più che mai. Lo stesso gli accadeva con le donne: quando cominciavano a piangere, l'impulso a picchiarle si faceva più violento. Prima gli sarebbe bastato umiliarlo, ora voleva distruggerlo. Non si era mai imbattuto in un uomo tanto sprovvisto di forza, ma il concetto stesso di forza, e tutto ciò che gli si associava, pareva illogico e stupido se usato i contro costui.
in Geoff Dyer, Natura morta con custodia di sax. Storie di Jazz, Instar Libri 1993. Traduzione italiana di Riccardo Brazzante e Chiara Carraro. Edizione originale 1991
Il capitolo in cui c'è la pagina 23 è dedicato al sassofonista Lester Young.




