Torre Astura era un guanto di sfida emerso dal mare. I proiettori infiammavano del colore della vergogna il torrione centrale e i parapetti merlati, foderavano di damasco rosa le muraglie e di luce ambrata i cammini di ronda, sfumavano nella doppia fila di fiaccole crepitanti sul ponte nei loro torcieri. La corte interna e la spiaggia brulicavano d'invitati, ma il ricevimento si estendeva all'intero perimetro esterno del castello, fra i resti di un'antica peschiera e nel porticciolo, dove una coppia aveva ceduto alla tentazione di un tuffo notturno e stava ingaggiando una battaglia di schizzi e battute in tedesco.
Con i colleghi abbiamo preso di mira il ponte medievale. Fendevamo la folla affiancati per evitare di perderci. Degli sconosciuti mi hanno scrutato con insolente benevolenza, tanto da costringermi a verificare la chiusura lampo dei pantaloni e a domandare a Caruso se avessi qualche macchia d'unto sul volto. Era tutto regolare tranne l'eterno dubbio di averli già visti chissà dove e quando.
L'incosciente
Diego Cugia




